Berlinguer, Curiel, Sala

Oggi Beppe Sala ha ricordato Enrico Berlinguer nell’anniversario della morte. Lo ha fatto riferendosi al rapporto con Eugenio Curiel, sostenendo che i due fossero amici.

Si tratta di un errore. Eugenio ed Enrico non si sono mai incontrati. Probabile che Berlinguer avesse orecchiato il nome di Curiel prima che questi venisse ammazzato, nel febbraio del 1945; improbabile che Curiel sapesse qualcosa di Enrico.

Non scrivo queste righe per correggere il sindaco di Milano.

Scrivo queste righe perché Sala mi ha ricordato qualcosa da ricordare.

Berlinguer arrivò a Milano nel giugno del 1945 per mettersi alla testa del Fronte della Gioventù, fondato e guidato da Curiel dal 1944 alla sua morte. Il compito era delicato.

Il Fronte era un’organizzazione giovanile partigiana; i suoi aderenti erano milanesi di diverse fedi politiche, uniti da un’esperienza comune: la Resistenza.

Ecco il problema: Berlinguer la Resistenza non l’aveva fatta. Ora doveva assumere la direzione di ragazzi e ragazze che avevano rischiato la pelle mentre lui viveva in relativa sicurezza tra Sassari e Roma. Con quale credibilità? A complicare le cose, il giovane – ventiteenne – non aveva un brillante curriculum politico (non aveva, ad esempio, subito il confino) e neppure era un buon oratore.

Per Berlinguer c’erano due possibilità: frattura e continuità.

Poteva puntare sul netto rinnovamento tra il Fronte “di guerra” e quello “di pace”. Ne aveva tutte le ragioni e gli era stata richiesta proprio questa transizione. Farlo con decisione gli avrebbe ritagliato uno spazio da leader, ma in contrapposizione con il passato del Fronte e Curiel. Lo avrebbero seguito? Con Togliatti alle spalle, probabilmente avrebbe funzionato.

Ma Berlinguer voleva continuare la storia del Fronte, non cambiarla per forgiarne una a propria immagine. Iniziò a studiare Curiel. Leggeva, chiedeva ai nuovi compagni di raccontargli aneddoti della sua vita, voleva sapere come lui li avesse guidati. Arrivò a dimostrare una vera devozione, dicendosi persino consapevole di essere al posto di comando solo perché Curiel era stato ucciso.

In un certo senso, Berlinguer rifiutò di porsi al gradino più alto. Celebrò invece il martire della Resistenza e, con lui, la storia del Fronte. Mostrò profonda comprensione e condivisione.

Riuscì nell’impossibile: divenne in breve leader di una comunità che gli era estranea. In parallelo, studiò e lavorò con tali energie e intensità da diventare a sua volta un esempio per i compagni. Un esempio diverso da quello che era stato Curiel, ma senza bisogno di contrapposizione.

Non rottamò niente e nessuno: dimostrò rispetto e ricevette rispetto.

Perché si può diventare leader dimostrando rispetto.

Si può diventare leader perché si è dimostrato rispetto.

Gente

Sull’ultimo numero di “Gente” di parla di Non doveva morire a oltre due anni dall’uscita.